Taslima, l’esiliata
Taslima Nasreen, la scrittrice del Bangladesh simbolo della lotta di liberazione della donna, vive in esilio dal 1994. Arrestata nel suo Paese per avere scritto il libro Vergogna, un atto di denuncia sulla condizione femminile sotto l’Islam, ed in libertà provvisoria sotto cauzione, la scrittrice é scappata clandestinamente dal Bangladesh perché condannata a morte da fondamentalisti islamici, che hanno messo una taglia sulla sua testa richiedendone la decapitazione. I suoi scritti sono tutt’ora vietati nel suo Paese perché, spiega il governo, “contengono sentimenti anti-islamici ed affermazioni che potrebbero distruggere l’armonia religiosa del Bangladesh”.
Giunta in India, Taslima Nasreen é stata costretta per due volte a cambiare abitazione e a lasciare Calcutta perché minacciata di morte da organizzazioni musulmane. In India diversi gruppi e partiti di ispirazione islamica ne chiedono l’immediata esplusione. Il governo indiano sta valutando le decisioni da prendere al riguardo. Il ministro degli esteri ha recentemente dichiarato che l’India garantirà asilo allo scrittrice “purché essa si astenga da attività politiche che possano recare danno alle relazioni dell’India con Stati amici ed eviti atti ed espressioni che possano urtare i sentimenti del nostro popolo”.
Taslima Nasreen, che ha ricevuto in passato il premio Unesco per la promozione della tolleranza e della non violenza, attualmente vive in una località segreta per motivi di sicurezza.
Davide e Golia
Sindhi Colony, Bhopal, 23 novembre: appartenenti al partito Bharatiya Janshakti attaccano un supermercato del gruppo Reliance, come atto di protesta contro l’ingresso del colosso indiano nel settore del commercio al dettaglio.
In India soltanto il 3% del mercato al dettaglio, stimato in oltre 400 milioni di dollari e con una crescita attesa di oltre il 20% per anno, é gestito dalla grande distribuzione. Il restante 97% é nelle mani dei piccoli esercenti, quasi sempre a conduzione monofamiliare.
Molti partiti, tra cui il Congresso di Sonia Gandhi, vedono quindi con una certa preoccupazione i cambiamenti che l’inevitabile ingresso della grande distribuzione arrecherà alla struttura socio-economica del Paese. In India l’investimento straniero nel commercio al dettaglio – nonostante le pressioni di gruppi quali Wal-Mart, Carrefour, Metro – non é ancora consentito.
Conversioni di massa
Sono arrivati da ogni parte dell’India: piccoli villaggi, metropoli, paesini dell’Himalaya. Oltre 50 mila persone, le piu’ diverse, accomunate dalla stessa condizione sociale – sono tutti dalit, intoccabili – e da un unico desiderio: convertirsi al buddismo.
L’altra faccia del sistema delle caste in India, ufficialmente abolite nel 1947, é anche questa: centinaia di migliaia di intoccabili che, ogni anno, si convertono in massa al buddismo, al cristianesimo, all’islam. Centinaia di migliaia di persone degli oltre 180 milioni di dalit che, abbandonando l’induismo e la sua rigida divisione in caste, sperano di trovare in altre religioni rifugio, accoglienza e maggiore dignità sociale.
L’altra India
Oltre 27 mila agricoltori indiani, dopo una lunga marcia di circa 350 km effettuata nel corso di un mese dal centro rurale di Gwalior, hanno protestato nel centro di Nuova Delhi all’esterno del parlamento federale del subcontinente indiano. Lamentavano la perdita della loro terra e accusavano il governo di calpestare i loro legittimi diritti, in particolare nello sviluppo delle SEZ (zone economiche speciali, aree agevolate fiscalmente, ideate per attrarre investimenti locali ed esteri).
Secondo gli organizzatori della protesta, il 40% degli indiani non possiedono piu’ la terra che una volta detenevano e il 23% versa in condizioni di assoluta indigenza. A seguito del peggioramento delle loro condizioni economiche, aggravate dalla requisizione delle terre per lo sviluppo delle SEZ, si sono verificate sommosse di tipo maiostico in oltre 170 dei 600 distretti agrari del Paese, in aggiunta all’aumento dei suicidi degli agricoltori in ulteriori 100 distretti. Soltanto nel distretto di Nandigram (Bengala occidentale) ci sono stati almeno 29 morti dall’inizio dell’anno in scontri tra agricoltori e forze dell’ordine. Il numero dei suicidi nel corso del 2007 ammonta a diverse centinaia; i dati ufficiali hanno registrato negli ultimi due anni oltre 4.800 suicidi, mentre si stima che in India nell’ultimo anno se ne verifichi uno ogni 8 ore.
La manifestazione ha avuto scarsa eco sui quotidiani locali e nessun cenno sui principali organi di informazione straniera; lo stesso giorno era in programma la visita ufficiale di Angela Merkel, cui i media hanno dato ampio risalto.
La certezza delle pene e la pena dell’incertezza
Stupri e omicidio a Roma; rapine in villa nel nord-est; violenze degli ultras, dei black-blocks, dei centri sociali, dei nazi-skin. Tutte facce della stessa medaglia, tutti figli di una madre sempre incinta: l’incertezza della pena.
Dopo l’omicidio del ragazzo sull’A1 vicino ad Arezzo, é arrivato – puntuale – il solito coro delle prefiche: il calcio é morto, sospendiamo il campionato, vietiamo le trasferte degli ultras, chiudiamo le curve. Bei discorsi. Come se si volessero chiudere le autostrade per i troppi morti causati dall’eccessiva velocità, invece che colpire con severità chi sfreccia a 200 all’ora (ma anche a 160, cioé la maggioranza degli automobilisti) in sfregio alle leggi. E, infatti, si continua a utilizzare le nostre autostrade come un autodromo.
La verità – da che mondo é mondo – è solo una, lo era ieri come lo è oggi: la violenza (nello sport, nella società) si elimina in un solo modo. Con pene severe per i colpevoli, parametrate ai reati commessi, e soprattutto certe.
Riusciranno i nostri politici, e soprattutto questo governicchio – uno dei peggiori che la nostra storia ricordi – a rendersene conto, una volta tanto, e ad agire di conseguenza?










