La goccia nel bicchiere
Non è facile interpretare le anticipazioni del Global Poverty Report 2005 della Banca Mondiale, almeno per i dati riferiti all’India. Da un lato, le stime confermano che oltre un terzo dei poveri del mondo vivono nel subcontinente e che circa 450 milioni, pari al 42% della popolazione indiana, sopravvive sotto la soglia di povertà (definita in 1,25 dollari al giorno in parità di potere d’acquisto). Una situazione addirittura peggiore dell’Africa sub-sahariana, dove circa il 72% della popolazione arranca con meno di 2 dollari al giorno (il secondo gradino della povertà), contro il quasi 76% della popolazione dell’India del recente miracolo economico.
A voler poi essere ancora più critici sul modello di sviluppo portato avanti in India, si potrebbe argomentare – dati alla mano – che la riduzione della povertà nel Paese è stata più marcata nel periodo tra il 1980 e il 1990 (quando l’India era isolata economicamente dal mondo) rispetto all’ultima fase, dal 1990 al 2005, caratterizzata dalla forte crescita del PIL e dall’apertura agli scambi commerciali con l’estero.
Dall’altro lato, a voler essere ottimisti, si potrebbe invece dire, sempre dati alla mano, che i poveri in India negli ultimi 25 anni sono sì aumentati a livello assoluto (456 milioni contro 421 milioni), ma che bisogna però considerare sia il forte incremento demografico del Paese nel periodo sia la sensibile riduzione della povertà a livello percentuale (il 42% della popolazione contro più del 60% nel 1980). Insomma, parafrasando la vecchia storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: una volta nei bicchieri degli indiani non c’era una goccia d’acqua; ora – sempre per gli ottimisti – c’è.
La tentazione dell’alcool
Secondo il Global Status Report on Alcohol 2004, a cura del Dipartimento della Salute della World Health Organization, il consumo di alcool pro-capite in India è poco più di 0,8 litri annui, contro i quasi 20 dell’Uganda (primatista mondiale), i 14 della Francia e i 9 dell’Italia. Finalmente una buona statistica, si direbbe. D’altro canto, l’articolo 47 della Costituzione indiana recita che “lo Stato avrà cura, tra i propri compiti principali, di innalzare il livello di nutrizione e di vita della popolazione. In particolare, lo Stato potrà stabilire il divieto di consumo e/o l’utilizzo di bevande e droghe dannose per la salute, fatte salve le prescrizioni per cure mediche”.
In realtà, a parte lo stato del Gujarat dove l’alcool è bandito per tutti i cittadini indiani (mentre gli stranieri possono consumarlo in via limitata, previa identificazione e iscrizione in apposito registro), quasi tutti gli stati consentono il libero consumo di alcool. Alcuni, come il Maharahstra, richiedono – sulla carta – una autorizzazione ad hoc (previo nulla osta scritto di un medico) per l’acquisto, il trasporto e il consumo di bevande alcoliche, ma di fatto c’è libero accesso. In tutta l’India, invece, vi sono dei giorni prestabiliti per legge (la festività nazionale dell’Indipendenza, il compleanno del Mahatma Gandhi e i due giorni precedenti ogni tipo di elezione) ove non è consentito l’acquisto e il consumo di alcool.
Nonostante poi la legislazione federale proibisca la pubblicità, diretta od occulta, di ogni tipo di bevande alcoliche, ultime statistiche evidenziano non solo un deciso incremento del consumo di alcool (con alcuni stati che si avvicinano alle medie europee, quali il Kerala con oltre 8 litri annui pro-capite), ma anche un abbassamento dell’età media – da 19 a 14 anni – in cui i giovani iniziano a consumarne. D’altro canto, con alcuni stati che ricavano oltre il 10% delle entrate fiscali dalle accise sulle bevande alcoliche e con la crescita dei consumi mediamente sopra il 20% annuo, ecco che la tentazione di non contrastare questa tendenza si fa ogni giorno più forte.
ll modulo per la richiesta di permesso all’acquisto, possesso, uso e consumo di bevande alcoliche per l’area metropolitana di Bombay (da presentare con specifica prescrizione medica).








