La reazione di Bombay

La cupola del Taj Mahal, miracolosamente indenne, nel giorno della riapertura ufficiale dell'albergo, oggi 21 dicembre
Dopo poco più di tre settimane dagli attacchi terroristici del 26 novembre, oggi 21 dicembre il Taj Mahal Hotel e il Trident (ex Hilton) Hotel hanno riaperto ai clienti parte delle loro strutture. A tempo di record. E’ un segnale forte, rivolto non solo all’India, ma al mondo intero: il terrore non vincerà.
Nella commovente cerimonia di oggi pomeriggio al Taj Mahal, una sorta di commemorazione multireligiosa, allestita nella hall principale della parte nuova dell’albergo, gremita all’inverosimile, sono sfilati tra gli applausi tutti e 510 i dipendenti che prestavano servizio la sera del 26 novembre. Mancavano 12 loro colleghi, vittime quel giorno insieme alla moglie ed i figli del Direttore dell’hotel, quest’ultimo oggi presente con una forza d’animo sbalorditiva.
Al termine della toccante cerimonia, il patron Ratan Tata, visibilmente commosso - dopo aver anche nuovamente accennato alla inadeguatezza della reazione da parte delle forze speciali indiane – ha concluso dicendo: “Life is back, as usual. We can be hurt, but we cannot be knocked down”. Una forte reazione da parte della proprietà dei due alberghi, certamente, ma ancora di più la reazione dei bombaiti e della città intera: da oggi fino ad inizio gennaio tutti i ristoranti sia del Taj Mahal sia del Trident sono al completo.
Terror will never win!

Laura Salvinelli, photographer

Il prossimo 19 dicembre vedrà finalmente la luce la mostra dell’amica, ma soprattutto grande fotografa, Laura Salvinelli “Indiana, Reportage dal più grande sindacato di lavoratrici indiane”, con testi di Mariella Gramaglia. La mostra durerà un mese e sarà allestita, con il patrocinio della Provincia di Roma e il contributo del Comune di Roma, a Palazzo Incontro (vedi cartina).
La mostra é dedicata a SEWA (Self Employed Women Association), associazione nata nel 1972, a Ahmedabad, in Gujarat, come sindacato di donne lavoratrici, con cui Mariella ha collaborato per più di un anno. Da tale esperienza Mariella ha tratto un bellissimo libro, Indiana, arricchito da splendide foto di Laura.
A trentacinque anni di distanza dalla sua fondazione, il bilancio delle attività di SEWA (cui tempo fa avevamo già dedicato un post) è sbalorditivo: oltre all’organizzazione del lavoro di donne lavoratrici autonome (più di un milione e, tra queste, le più povere ed emarginate, come le venditrici di ortaggi o le sigaraie), ha attivato innumerevoli corsi di alfabetizzazione, di educazione alla salute, di cura dei bambini; ha creato cooperative (un centinaio), gruppi di risparmio, organizzazioni di assistenza sociale, centri di commercio e di artigianato. Decine e decine di attività che vedono le donne uniche ed assolute protagoniste. Oltre poi ad aver fondato una banca, la SEWA Bank, qualche anno prima della Grameen Bank del premio Nobel Muhammad Yunus, che offre una gamma articolata di microcrediti, programmi di risparmio e addirittura un fondo pensionistico. Tutto rigorosamente intestato alle donne e senza alcun tipo di supporto o interferenza esterna da parte di enti governativi o organismi sovranazionali.
Chi volesse farsi un’idea del lavoro di Laura Salvinelli, può cliccare su questo link (www.laurasalvinelli.com).
Cara Laura, complimenti e un grosso in bocca al lupo per la mostra!

Mariella e Elia Bhatt, fondatrice di Sewa, ritratte da Laura
Le ferite di Bombay

Strana sensazione tornare a Bombay dopo gli attacchi del 26 novembre. Quindici giorni che sembrano secoli. Rivedere Colaba - il quartiere dove vivo, lavoro e abita la maggior parte dei miei amici, alcuni dei quali coinvolti negli attentati - e la sua apparente confusione di sempre fa un po’ impressione. Sembra che non sia successo niente, e invece poi girando passi davanti al Taj Mahal – o meglio, lo intravedi dal Gateway of India dopo esser transitato sotto un ridicolo e antiquato metal detector – e ti dicono che la Old Wing resterà chiusa almeno un anno. E che, en passant, molte delle vittime erano dipendenti dell’albergo, tra cui i simpatici sikh che ti accoglievano all’ingresso con i loro magnifici turbanti. Il Trident, l’ex Hilton, pare sia stato più fortunato: dovrebbe riaprire, dicono, addirittura a gennaio. Per l’Oberoi, invece, saranno necessari diversi mesi. Nel frattempo, Emanuele é rientrato a Roma con la moglie e la piccola, a cercare di godersi le feste in famiglia, e non sa ancora se ritornerà.
Al Leopold Café noti meno stranieri e qualche vetro sulla Colaba Causeway non ancora riparato, ma l’atmosfera pare quella usuale, con le frotte di mendicanti che ti aspettano fuori e l’affollamento tipico di queste parti. Alla stazione di Victoria, molta polizia (sulla cui clamorosa inefficienza bisognerà pur parlare) e le solite centinaia di migliaia di pendolari; gli sguardi di tutti, però, sembrano più vigili e attenti.

Il grande Emanuele Lattanzi
Delle megalopoli indiane, tutte colpite duramente dalla violenza terroristica (l’India é il Paese che, dopo l’Iraq, ha avuto il maggior numero di vittime), Bombay é quella che ha pagato il prezzo maggiore. Dagli scontri furiosi di fine 1992-inizio 1993, quando la rabbia indù causò oltre 2.000 morti, alle bombe del marzo 2003 (300 vittime), fino alle esplosioni sui treni del 2006, che lasciarono oltre 200 morti, una lunga scia di sangue ha accompagnato – quasi come un crudele contrappasso – la crescita sociale ed economica della capitale finanziaria dell’India.
E in città é proprio questo che ci si chiede: quali conseguenze ci saranno dopo questo attacco terroristico di tale portata? Fino a che punto reggeranno i fragili equilibri con il Pakistan? Si innescheranno le temute rappresaglie da parte degli integralisti indù? Che impatto ci sarà sull’economia del Paese, in un momento di crisi di portata planetaria?
Bombay mi appare come un gattone colpito duramente, intento a leccarsi le ferite in silenzio, in un angolo. Vivo, ma attento a cercare di schivare eventuali, nuovi pericoli. Con l’amara certezza che tali pericoli, in una città di venti milioni di abitanti, sono impossibili da prevenire.




